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Torre. Camorra, Gionta: "Guerra tra boss emergenti"

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TORRE ANNUNZIATA. “Quello che ha fatto la storia è mio fratello” e quindi “io non guardo in faccia a nessuno”: Carmela Gionta ammette con Raffaele Velotto e l’imprenditore vittima di usura di non aver paura di nessuno, lei che ha “messo le persone con la faccia nel muro”. Un racconto di violenza e di onore. Di fierezza per un nome ripugnante come quello dei Gionta e del clan dei valentiniani. Per lei: “Ma chi sono ste persone? Hai capito che tuo zio viene dopo mio fratello? Ma che volete fare la guerra? Qua non ci sono problemi”. La battaglia con chi non vuole pagare e con i piccoli “boss” è una lotta continua di rispetto e onore. Perché i Gionta non sono “wappi improvvisati”. I Gionta sono la storia della camorra. Violenza, usura, droga, estorsione: “Io se devo andare in galera ci vado però mi devo togliere sto pensiero dalla testa”. Fare fuori chi non vuole pagare e cerca altre difese, è per lei un obbligo e incute ancora terrore. Suo nipote deve poi prendere le redini, nessun altro. Nelle intercettazioni ambientali dello scorso luglio, la donna non nasconde il suo forte legame con il fratello Valentino Gionta e poi della battaglia che sarebbe pronta a mettere in piedi se qualcuno “osa” fare il “professore” con suo nipote. Suo nipote che è un “boss” e non deve avere lezioni da nessino. “Lelluccio quello ha fatto la faccia gialla” ribadisce la Zia. “Mi sono fatta anziana ma la mia vita non è finita ..io per mio fratello faccio tutto, va bene? Io per mio fratello do la vita…bello chiaro chiaro”. E ancora: “Mio fratello è solo dentro ma ha tutta la sua famiglia fuori. Una figlia, lui non se l’è vista bene dentro: 14 anni. Un solo anno di matrimonio e poi 14 dentro”. I Gionta quindi hanno il diritto di comandare. “Mi hanno mandato uno da mezzo al sistema” a darle ordini: “un moccoso di m….”. Se ci fosse stato Valentino Gionta allora “avrebbero fatto solo i buchi vicino alle ruote”. Tra amori e tradimenti, Carmela Gionta racconta però anche di un clan che non è più lo stesso: “C’era un accordo: tu non ti devi fissare di una che appartiene a me e io non mi devo fissare di una che appartiene a te” e invece si erano mischiate le coppie e quindi gli animi erano diventati caldi. Lei, solo lei, era della “vecchia scuola”. E quando era subentrata a Ciro Nappo nella gestione delle casse del clan, nessuno aveva battuto ciglio. Tranne che il titolare di una ditta edile che gestisce la manutenzione del cimitero di Torre Annunziata. Aveva chiesto il cambiamento della rata. L’imprenditore torrese – ex direttore del cimitero di quando il 13 luglio il malcapitato incontrò anche il titolare di una ditta di Boscoreale che si occupa dei servizi cimiteriali a casa dei Gionta. L’uomo, suo malgrado, occupandosi della manutenzione ordinaria delle arciconfraternite nel comune di Torre Annunziata (la parte in mano ai privati del camposanto cittadino) era costretto a pagare il pizzo sia ai Gionta che al clan Gallo-Cavalieri. Diecimila euro all’anno ai Gionta e la stessa cifra ai “compari” boschesi. Il malcapitato si incontrava con Vincenzo Pisacane alias “bombolone” e Gennaro Longobardi (Gennaro con la barba) per accordarsi su come pagare e nel corso degli anni aveva avuto uno sconto sugli interessi ma doveva pagare la percentuale sulle cappelle realizzate. Il 5% ai due clan. Il 4 di ogni mese doveva saldare il suo debito oppure se la vedeva con i Gionta e il rischio era sempre lo stesso. Insomma, un vero e proprio meccanismo del terrore.

Punto Stabia News

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