"Cedi la strada agli alberi", l'ultimo libro del paesologo Franco Arminio

25 Ottobre 2017 Author :  

di Enzo Salerno

Il ‘paesologo’ Franco Arminio ha inaugurato con la sua raccolta di “Poesie d’amore e di terra” la quarta edizione di “SettembreLibri”, la rassegna di Letteratura, pittura e musica organizzata dal Comune di Sarno.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
A differenza di Anguilla - il protagonista di La luna e i falò di Cesare Pavese - Franco Arminio dal suo paese non se n’è mai andato veramente. Come Anguilla però - quando per lavoro o altro è costretto ad allontanarsi, anche per brevi periodi - conserva ben vivo il legame affettivo con la sua terra, sentendo forte il “gusto” e il bisogno di tornare. “Prendi un angolo del tuo paese/ e fallo sacro,/ vai a fargli visita prima di partire/ e quando torni”. La racconta bene, questa necessità emotiva, Franco Arminio nel suo ultimo libro Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra (Chiarelettere, 2017), antologia di versi con qualche pagina in prosa che raccoglie quanto scritto - a partire dal 1976 ad oggi - e in parte già pubblicato da piccoli editori; foglietti volanti ‘conservati’ in bustoni neri per l’immondizia o in vecchie casse di famiglia; testi più volte rielaborati al computer, con versi migranti da una poesia all’altra “in attesa di una versione definitiva che non arrivava mai”. Alla fine l’ultima versione ha dato forma a questo bel libro fatto di 149 pagine e diviso in quattro sezioni. “L’entroterra degli occhi” è la prima, prevalentemente costruita seguendo una duplice traccia letteraria ‘tutelare’: Carlo Levi e Rocco Scotellaro per i personaggi protagonisti di un microcosmo paesano senza tempo e nella rappresentazione visiva dell’Italia del Sud, con i suoi paesaggi rurali poeticamente ricostruiti; Edgar Lee Masters per la ricerca, costante, di un ‘dialogo’ con i morti o per l’ascolto silenzioso delle loro storie. “Salendo verso la fine del paese/ il silenzio è così forte/ che si sente assai vicina la calma/ della nuvola/ che ha partorito la neve/ e la nasconde dentro le cantine./ Sono venuto qui a pregare/ su questo altare/ oggi che il vento è così forte/ e sparpaglia pure le ossa dei morti/ nelle bare”.
Questi stessi temi ritornano, come costanti narrative, anche nelle sezioni successive: “Brevità dell’amore”, “Poeta con famiglia” e la chiusa, in prosa “La poesia al tempo della rete”. La narrazione autobiografica potrebbe, invece, essere considerata la più rilevante componente di sintesi nella definizione della raccolta poetica di Franco Arminio: il fedele resoconto del suo vissuto quotidiano attraverso l’esercizio di scrittura che si contraddistingue per brevità e “carnalità” dei versi e si propone come estremo tentativo di testimonianza di quel piccolo mondo antico - di spazi geografici, di uomini e di sentimenti - oggi probabilmente perduto,senza possibilità alcuna di recupero. “Forse il mio corpo/ non avrà più la compagnia/ del tuo corpo/ che lo accompagna a scuola/ e gli toglie il cappotto./ La neve che vedono i bambini/ non è la stessa che vedono/ gli adulti”.

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