Namastè. L’anello debole della società

01 Novembre 2020 K2_ITEM_AUTHOR 

di Maria Rita Ciancia*

Namastè amici..
Come sempre le mie riflessioni che condivido con voi attraverso questa rubrica prendono spunto da fatti accaduti, la maggior parte delle volte sono fatti personali che mi inducono a una riflessione, talvolta, invece, sono vicende di pubblico dominio come quella di oggi.
Sono più che sicura che la maggior parte dei voi avrà visto o almeno sentito parlare dell’orrenda azione di quel giovane che ha preso a calci un povero animale scaraventandolo al muro, il tutto debitamente filmato e pubblicato dal pubblico presente.
Ora in seguito a tale evento si è scatenato il web, inveendo, giudicando, proponendo condanne esemplari. Partendo dal presupposto che personalmente condanno senza dubbio alcuno tale gesto, mi sono fermata a pensare, aimè!
Vi racconto come mi sono sentita. Quando girovagando sulla bacheca di Facebook ho visto questa scena, mi si è gelato il sangue! Ho provato un forte senso di disagio e una fitta allo stomaco. Non mi sono arrabbiata. Perché?
Nel momento in cui ho visto la scena, mi sono sentita come se quel calcione l’avessi sferrato io! Perché? Non mi sognerei mai di fare una cosa del genere. Perché questo senso di disagio? Così ho cercato di indagare in me stessa. Cosa mi ha fatto sentire così? Bhe! Mi sono sentita responsabile di quel gesto. Ecco perché, quel ragazzo in prima battuta non era solo, anzi, il gesto era ovviamente premeditato, nessuno dei presenti è sobbalzato, il video è partito da subito.
Quei giovani sono il frutto della violenza e mancanza di empatia che purtroppo contraddistingue i nostri tempi. La prova sono i commenti che ne sono seguiti, pieni di violenza.
Tante volte ci siamo detti che molto, se non tutto, è riconducibile al riconoscimento della propria emotività. Un gesto sicuramente condannabile, ma un gesto. Eseguito da una persona. Vero! Ma possiamo noi “adulti” essere solo giudici “violenti” ,rispetto alla persona e non del gesto?
La nostra mente funziona, tra le altre cose, associando simboli. Quel cucciolo di gatto nero rappresenta l’anello debole della società, l’anziano da cui ci scocciamo di andare perché dice sempre la stessa cosa, la donna che va bene a pulire i pavimenti, ma vuole fare il dirigente, l’omosessuale che “va bhè fanno come vogliono però.., il bambino rom che comunque hanno tanti soldi, l’immigrato che poteva restare a casa sua.
La mancata empatia a cui esponiamo i nostri figli, magari senza rendercene conto, produce dei risultati, in scala naturalmente. Per quei giovani l’anello debole in quel momento era quella bestiola indifesa. Si sono sentiti in diritto di potergli fare ciò che ritenevano più opportuno, perché lo scettro del potere era nelle loro mani. Perché loro erano “la Razza superiore” e amici miei sono secoli che la storia si ripete.
Andiamo ai musei a piangere le vittime che continuiamo a generare noi attraverso l’indifferenza e la mancata empatia con l’altro.
È solo questo che ci distingue dai demoni l’empatia verso l’altro e il sostegno al debole chiunque esso sia. Ricordiamolo!
IMPARIAMO, INSEGNAMO, NON GIUDICHIAMO!

*Dott.ssa Ciancia Maria Rita
Psicologa clinica e di comunità
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